Il Brutium in visita alla mostra di Mattia Preti a Palazzo Corsini

News

Quando Mattia Preti (1613-1699), presumibilmente intorno ai 17-18 anni di età, lasciò la cittadina natale di Taverna (nei pressi di Catanzaro) per recarsi a Roma, dove già risiedeva suo fratello maggiore Gregorio, non poteva certo immaginare che la sua pittura e la sua vita sarebbero state fortemente influenzate da un pittore geniale scomparso già da venti anni, Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1619), sulle cui orme si sarebbe poi recato a Napoli e a La Valletta (Malta), dove avrebbe finito i suoi giorni nel 1699, dopo essere diventato cavaliere dell’Ordine di Malta.

La formazione artistica di uno dei maggiori esponenti della pittura del Seicento viene indagata nella mostra “Mattia Preti: un giovane nella Roma dopo Caravaggio”, che si tiene a Roma nella Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini fino al 18 gennaio 2016. L’esposizione, a cura di Giorgio Leone, direttore della Galleria, è nata da un’idea dello stesso Leone e di Vittorio Sgarbi, presidente del comitato per le celebrazioni del IV centenario della nascita del “Cavalier Calabrese”. L’evento, finanziato dalla Regione Calabria, giunge con un ritardo di due anni (per via della Riforma del Mibact) rispetto alla grande mostra che si è tenuta nella Reggia di Venaria nel 2013, ma ha comunque il merito di essere la prima monografica romana dedicata al pittore e di approfondire un aspetto poco studiato della sua produzione artistica, sicuramente meno noto rispetto alle opere dei successivi periodi napoletano (1653-1660) e maltese (1661-1699).

Definito dal grande storico dell’arte Roberto Longhi “corposo e tonante, veristico e apocalittico”, egli è considerato l’ultimo seguace di Caravaggio, quando il caravaggismo era già finito. In effetti, a giudicare da molte sue opere, deve aver sentito profondamente l’attrazione per lo stile e i temi caravaggeschi che artisti italiani e stranieri continuavano a proporre sulla scena romana nei primi due decenni del Seicento, ispirati da quella sua pittura naturalistica, densamente intrisa di vita, di carne e di sangue. Tra questi, Bartolomeo Manfredi (scomparso nel 1622) aveva creato la “Manfrediana Methodus”, una sorta di lessico caravaggesco, una grammatica compositiva che Mattia Preti assume come proprio codice linguistico, insieme al fratello Gregorio, anche lui pittore ma meno dotato. Ma questo non fu l’unico riferimento stilistico di Mattia. Come fa notare Giorgio Leone, se è vero che egli giunse a Roma intorno al 1630, allora “seppe interpretare e declinare originalmente a distanza di un decennio” le opere dei caravaggeschi francesi Valentin de Boulogne, Simon Vouet e Nicolas Tournier, come pure l’ispano-napoletano Jusepe de Ribera, del quale la Galleria Corsini possiede la straordinaria Negazione di Pietro, che può essere messa a confronto con l’omonima tela di Mattia Preti proveniente dal Musée des Beaux-Arts di Carcassonne.

Nella città dei papi, dove era comunque predominante la presenza della classicità, Mattia si lasciò influenzare anche da Guercino, Giovanni Lanfranco e Nicolas Poussin, ma sopra ogni cosa egli scelse di “immedesimarsi” in Caravaggio, come sostiene Sgarbi, portando in scena la rappresentazione del caravaggismo, anche a costo di strafare con gli effetti speciali. Come in un teatro, c’è sempre qualcuno che assiste alla sua regia, anche se forse quest’aspetto è più evidente in alcuni quadri corali non presenti in mostra, come il Concerto di San Pietroburgo o la Lezione di musica della Galleria Doria Pamphilij.

Le 22 opere dell’esposizione romana, provenienti da prestigiosi musei e da alcune collezioni private italiane e straniere, permettono di ripercorrere le tappe iniziali della carriera di Preti dal suo arrivo a Roma fino al 1649, anno della commissione dello Stendardo giubilare di San Martino al Cimino che prelude alla piena affermazione pubblica dell’artista. Anche in questo caso viene spontaneo fare un parallelismo con Caravaggio, anche lui autore di un’opera “giubilare”, la celebre Madonna dei Pellegrini nella Chiesa di Sant’Agostino, che nel nome sembra alludere al viaggio dei pellegrini verso Roma nell’anno santo 1600 (anche se in realtà l’opera venne eseguita qualche anno dopo), viaggio che i romei percorrevano spesso a piedi come itinerario iniziatico e penitenziale.

Il grande Stendardo, che chiude la mostra, venne dipinto per la Confraternita del Santissimo Sacramento e del Rosario di San Martino al Cimino, feudo pamphiliano e roccaforte della famosa e temuta Olimpia Maidalchini, madre di Camillo Pamphilj, che commissionò l’opera per il Giubileo del 1650. L’opera, che ha avuto una serie di vicissitudini fino alla sua trasformazione in pala d’altare (prima del 1742), ha rivelato in occasione del restauro eseguito dalla Soprintendenza nel 1986/87 di essere in realtà una pittura double-face: da un lato raffigura San Martino, dall’altro Cristo Eucaristico. Il santo, che appare come un guerriero loricato sul suo destriero da parata, ha già reciso il mantello che porge al povero alla sua sinistra, episodio legato alla leggenda relativa all’estate di San Martino. Mentre la scena di questo dipinto ci appare decisamente movimentata, il recto è caratterizzato da una sobrietà monumentale: la figura di Cristo, con lo sguardo magneticamente fisso verso l’osservatore, domina lo spazio, con le mani aperte a mostrare le stimmate, mentre un angelo inginocchiato raccoglie il sangue che zampilla dal costato. Si tratta di un’opera quanto mai simbolica, che è servita per far inserire quest’esposizione nelle iniziative del Mibact legate al Giubileo straordinario indetto da papa Francesco.

Tra i dipinti esposti, divisi tra committenze private e prime affermazioni pubbliche, sono presenti alcuni interessanti inediti e veri capolavori della produzione giovanile dell’artista, dove è evidente sia il luminismo cromatico dei caravaggeschi, sia la tensione formale di un certo accademismo. Opere come il Sinite Parvulos e il Tributo della moneta della Pinacoteca di Brera, nelle quali salta subito agli occhi il riferimento stilistico alla Vocazione di San Matteo di Caravaggio, per la prima volta sono messe a confronto con il Tributo della Galleria Corsini, col drammatico Miracolo di San Pantaleo (probabilmente la sua prima committenza pubblica romana) e Salomone sacrifica agli idoli di collezione privata, con la Guarigione dell’indemoniato degli Uffizi e con la straordinaria Fuga da Troia di Palazzo Barberini, che nella sua plasticità sembra rifarsi alle sculture di Gian Lorenzo Bernini. Dal Museo Civico di Rende proviene il Soldato e dalla Galleria Nazionale di Cosenza Sofonisba, raffigurante la nobile cartaginese mentre riceve una coppa di veleno per suicidarsi ed evitare così l’umiliazione di essere portata a Roma in catene.

Il percorso espositivo nella Galleria Corsini permette un ulteriore stimolante dialogo con le opere di pittori che in qualche modo influirono sullo stile di Mattia Preti, a partire dal San Giovannino di Caravaggio, al Trionfo d’Amore di Poussin, dall’Erodiade di Vouet alla Salomè di Guido Reni, dal Presepe e l’Ecce homo di Guercino fino al Miracolo di Sant’Antonio di Andrea Sacchi. Una sezione, in particolare, è dedicata al rapporto con il fratello Gregorio, con cui Mattia Preti collaborò direttamente, come nel caso della Madonna della Purità nella Chiesa Monumentale di San Domenico di Taverna.

Volendo approfondire la conoscenza delle opere romane di Preti, è consigliabile, dopo aver visitato la mostra, fare un salto a Sant’Andrea della Valle per ammirare gli affreschi dell’abside risalenti al 1650 e a San Carlo ai Catinari, dove eseguì l’affresco in controfacciata (Elemosina di San Carlo Borromeo) nel 1652, poco prima del suo trasferimento a Napoli.

Un ringraziamento particolare al Direttore dott. Giorgio Leone che ha permesso la buona riuscita dell’iniziativa